Il bulldog Charlie e la gerarchia di gradimento degli ospiti

Riproduco l’ex capitolo III della prima bozza di Tutti contro Ermenegildo, quando il progetto si chiamava ancora Le avventure di Denis e Bubi e tra i personaggi vi era pure il bulldog Charlie, cassato nel processo di editing.

Charlie dormiva tutto il giorno e si svegliava solo per mangiare, mentre per portarlo fuori era necessario sollevarlo di peso. Mostrava segni di vita solo quando qualcuno veniva a trovare Denis. Mentre infatti per quest’ultimo, che pur era il suo padrone, Charlie provava un’invincibile antipatia, l’imperscrutabile bulldog adorava chiunque si potesse definire “ospite”.

Anche tra gli ospiti, tuttavia, vi era una gerarchia di gradimento: sul terzo gradino del podio Charlie piazzava gli ospiti generici, attorno ai cui arti inferiori si abbarbicava e le cui gambe, fossero o meno protette da indumenti, leccava con entusiasmo. Medaglia d’argento i cosiddetti amici, che accoglieva con balzi formidabili mentre perdeva il controllo della salivazione e della vescica. Al primo posto figuravano gli idoli, con cui cercava di accoppiarsi e coi quali pretendeva di giocare a tiro-tirello con le pantofole di Denis.

 E poi c’era Bubi, venerato come una divinità.

Nella società degli umani, Bubi non godeva di grande credito. Nel migliore dei casi ci si riferiva a lui con la domanda: «Bubi chi?», ma più spesso si sentivano frasi come: «Quel fallito di Bubi», o epiteti del tipo: «Sfigato come Bubi». Agli occhi di Charlie, invece, Bubi rappresentava la quintessenza del fascino e dell’autorevolezza.

Quando Bubi veniva a trovare Denis, il che accadeva piuttosto spesso, e suonava il campanello con l’inconfondibile successione di sei lunghi trilli, Charlie si svegliava di colpo e si metteva sull’attenti, paralizzato nell’attesa dell’estasi. Bubi entrava in casa e salutava l’amico con l’immancabile: «Ciàcciàccià-ao ca-ca-capo!», che ogni volta suscitava l’ilarità di Denis, il quale reagiva facendo ruotare attorno ai fianchi un immaginario hula hoop. A questo punto, iniziava un protocollo che prevedeva:

  • la finta sorpresa di Bubi alla vista di Charlie, accompagnata dalla domanda retorica, formulata nel più sdolcinato dei toni: «Ma chi è questo bel cagnone, ma chi-chi-chi è que-que-questo be-be-bel cagnone? Chi-chi-chi? Chi-chi-chi? Chicchirichì?»;
  • il deliquio di Charlie, immobilizzato sulla schiena con le zampe inferiori aperte a compasso, l’addome umidiccio e la lingua che penzolava dalle fauci sbavanti;
  • la risata convulsa di Denis, apparentemente sul punto di soffocare, interrotta da una lunga serie di: «Evvai, Charlie! Cha-cha-charlie!», alternati a: «Bu-bu-bubi! Dov’è Bubi? Dov’è? Dov’è? Dov’è? Do-dov’è?»

La pantomima durava una decina di minuti, al termine dei quali tutti e tre respiravano a stento, distesi sulla moquette sfinita del soggiorno, mentre cercavano di riportare il ritmo cardiaco a una cadenza regolare. Non appena cominciavano a riprendersi, e mentre Charlie slappagnava la faccia del suo mito con leccate cariche di saliva, Denis tirava fuori dal frigo una maxi bottiglia di gassosa e riempiva due boccali da birra, uno per l’amico e uno per sé.

Charlie allora iniziava a ringhiargli contro perché voleva sottrargli Bubi, che da parte sua si era già addormentato sul pavimento. Denis ne approfittava per scolarsi entrambi i boccali di gassosa e quindi ruttare platealmente, senza riuscire, peraltro, a svegliare l’amico. Questi, di solito, restava esanime per piuttosto a lungo, anche perché Charlie non permetteva a Denis di avvicinarglisi.

Quando, dopo una buona mezz’ora, Bubi tornava in sé, le prime parole che proferiva erano: «Mettiamoci al lavoro!»

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