Il vecchio con la barba bianca si teneva le mani fra i capelli. Seduto sul muricciolo dell’ospedale, sembrava non accorgersi del traffico che lo lambiva: era lontano, risucchiato sul fondo dalla quotidiana disperazione. Ai miei occhi, almeno, era un pazzo. Pensai: «La sofferenza psichica colpisce sempre più persone, ora che non abbiamo più la guida della morale cattolica».
E fingevo di non sapere che ero stato io, pochi minuti prima, a percorrere a occhi chiusi un tratto troppo lungo del vialone di raccordo. Il bisogno di assaporare le ultime note di Present Tense era, per la mia indulgenza, una ragione sufficiente ad assolvermi. Le ragazzate le fanno tutti, anche a quarant’anni; ma io sapevo quando era il momento di fermarsi e tornare nei ranghi.
Quando riaprii gli occhi, il mio sguardo si posò sul volto di un uomo ancora giovane che si aggirava, reggendo un cartello, fra le auto ferme al semaforo. Bussava con le nocche sui finestrini, indicava la scritta e aspettava un contributo. Pregavo che scattasse il verde e lo costringesse a interrompere l’accattonaggio prima che toccasse a me l’imbarazzo di fissare nel vuoto. L’uomo, invece, si fermò da solo. Accortosi dei vigili, ripiegò il cartone, se lo infilò nella tasca del giubbotto e si allontanò con passo sicuro.
Che cosa ci facevo lì, comunque? Non me lo ricordavo più. Ah, sì: stavo andando al lavoro. Non potevo invece continuare dritto, imboccare l’autostrada, procedere finché avessi ancora carburante? Abbandonare l’auto sulla corsia d’emergenza, scavalcare il guardrail, entrare nel bosco e camminare finché non si fosse fatto buio. Poi sedermi con la schiena appoggiata a un abete. Perdere i sensi. Magari non risvegliarmi più.
Qualcuno suonò il clacson e capii che la macchina ferma davanti al semaforo verde era la mia. E che al volante c’ero io.
Ripresi la marcia. Arrivato a destinazione, lasciai l’auto in uno stallo e spensi il motore. Entrai nell’edificio, salii la prima rampa di scale e, non appena il collega uscì dall’aula, raggiunsi la cattedra.
«Buongiorno, ragazzi. Accomodatevi. Faccio l’appello e poi mi leggete la risposta al quesito che vi ho assegnato l’ultima volta: “Che cosa obietti alla tesi di Sartre secondo cui l’uomo viene al mondo senza uno scopo già assegnato?”. Sì, Nassivera, dimmi.»
«Prof, posso andare ai servizi?»

Condividi quello che pensi dell'articolo