Sette anni di felicità

Lo scrittore israeliano Etgar Keret (1967) intreccia nei suoi racconti umorismo nero, assurdo e tenerezza. In Sette anni di felicità (Feltrinelli, 2015) rivolge questo sguardo alla propria famiglia, tra affetti quotidiani e minaccia della guerra.

La trama

Dalla nascita del figlio Lev alla morte del padre, sopravvissuto alla Shoah, Keret ripercorre sette anni di vita (dal 2006 al 2013) attraverso brevi episodi autobiografici. Tra dialoghi familiari, viaggi e incontri surreali, racconta la felicità degli affetti e la paura di perderli. Sullo sfondo, le offensive israeliane a Gaza del 2008-2009 e del 2012, i razzi di Hamas sulle città israeliane e il timore di un attacco iraniano.

Un libro che in Israele non si trova

Etgar Keret è uno scrittore di successo e i suoi libri sono tradotti in molte lingue. Vengono scritti in ebraico e Sette anni di felicità non fa eccezione. Trovo curioso tuttavia notare come il libro di Keret non sia mai stato pubblicato nella sua prima lingua né distribuito nello Stato di Israele. La ragione è da ricondurre al pudore dello scrittore, che ha preferito non far girare “a casa sua” storie di familiari che contengono anche commenti critici sugli stessi.

Un esempio per tutti: la conversione della sorella da laica a ultraortodossa, con l’inevitabile corredo di marito ultraordodosso, trasferimento nel quartiere più ortodosso di Gerusalemme, produzione di un numero di figli superiore ai dieci, ossessione per la kashrut, l’insieme delle norme alimentari ebraiche che stabiliscono quali cibi siano consentiti e come vadano preparati e consumati, come ad esempio il divieto di consumare carne e latticini insieme. Keret ha riferito anche di aver pensato al disagio del figlio all’idea di incontrare persone che sapessero già cose di lui, e a un’esperienza analoga vissuta dalla moglie, figlia di uno scrittore.

Non ho potuto fare a meno di pensare a un caso molto diverso, quello dello scrittore norvegese Karl Ove Knausgård, che, nel capolavoro La mia battaglia, ha fatto una scelta opposta, scrivendo in norvegese e facendo distribuire in Norvegia un romanzo zeppo di rivelazioni intime e scabrose sui familiari, soprattutto sul padre e sulla (ex) moglie, andando incontro a querele per diffamazione e all’ostracismo da parte di un ramo della famiglia. Questo in nome della sua idea di letteratura, evidentemente assai diversa da quella di Keret.

Stato di guerra e questione di Gaza

La guerra, quella che Israele ingaggia in Cisgiordania e in Libano, o quella di difesa contro Hamas e l’Iran, entra soprattutto attraverso ciò che minaccia il figlioletto Lev, e ciò che suo padre, lo scrittore stesso, può fare per proteggerlo. Nei racconti entrano sirene di allarme che spingono la gente nei rifugi in occasione dei bombardamenti di Hamas, ma entrano anche riflessioni, nate dalla propria esperienza di militare al tempo del servizio di leva obbligatorio o dalla conoscenza di fatti di cronaca, che sono decisamente critiche nei confronti dell’esercito israeliano (IDF).

Mi ha particolarmente colpito il finale del capitolo intitolato La guerra dei fiammiferi. Eccolo:

“Sul treno da Beersheba ho letto un giornale che qualcuno aveva lasciato su un sedile. C’era un articolo sui leoni e gli struzzi dello zoo di Gaza. Soffrivano per i bombardamenti e non erano stati nutriti regolarmente dall’inizio della guerra [operazione israeliana Piombo fuso a cavallo tra la fine del 2008 e l’inizio del 2009, N.d.A.]. Con una speciale operazione il comandante della brigata voleva salvare un certo leone e trasferirlo in Israele. Gli altri animali avrebbero dovuto arrangiarsi. Un altro articolo, più piccolo, senza fotografie, riferiva che il numero dei bambini morti nei bombardamenti di Gaza aveva fino ad allora superato i trecento. Come gli struzzi, anche i bambini avrebbero dovuto arrangiarsi. […].”

Ti è piaciuto questo articolo? Scopri chi sono e che libri scrivo nello Scaffale Peio.

Condividi quello che pensi dell’articolo