Caro Sal,
se mi sono risolto a scriverti è perché mi sono arenato e non so più dove sbattere la testa. Sembri una persona che non si lascia condizionare dalle passioni ed è questa caratteristica che a me, invece, manca completamente. Vivo di emozioni e non posso fare a meno degli amici. Amici che ho da decenni e la cui complicità do per scontata, la cui compagnia adoro e la cui presenza nel mio orizzonte mi scalda il cuore.
Succede che, oramai da due anni, Olmo Campagna, il mio amico più caro, non ne vuole più sapere di me. Non risponde alle mail né alle telefonate e si rifiuta di incontrarmi. La mia anima è straziata e non so più che cosa fare. Ma lasciami raccontare tutto dall’inizio.
Olmo e io ci siamo conosciuti in prima superiore e siamo diventati amici in poco tempo. Ci si vedeva più che altro a scuola, ma abbiamo mantenuto i contatti anche quando lui, al terzo anno, ha cambiato sezione. La frequentazione è diventata più regolare durante l’università, quando uscivamo insieme un paio di volte al mese. Si andava in qualche agriturismo a bere vino e a mangiare pane e salame; oppure in una delle poche birrerie allora presenti a Udine a trangugiare tramezzini e a ubriacarci. Si parlava di cazzate ma si facevano anche discorsi seri e il nostro legame era solido e basato sul rispetto reciproco. Ci volevamo bene, naturalmente, anche se una certa qual ritrosia ereditata da due genitori anaffettivi induceva Olmo a non manifestare il suo attaccamento.
Di genitore, in effetti, il mio amico ne aveva soltanto uno, la madre, visto che il padre era deceduto a causa di una cardiopatia quando lui aveva diciotto anni. Olmo aveva molto apprezzato la mia vicinanza in quella circostanza e ancor di più quando lo avevo chiamato in ospedale in occasione di un suo ricovero per non so più quale malattia. Non si può certo dire che fossimo dei casanova né che dovessimo fare lo slalom tra le ragazze che ci corteggiavano. Olmo aveva inoltre un senso estetico, per così dire, discutibile in fatto di donne e gli capitava di provare attrazione per degli sgorbi che non erano certo ambiti dai più. Ma sto divagando.
Vale invece la pena ricordare quale sia stata la prima incrinatura nel nostro sodalizio. Negli anni dell’università ci eravamo spesso detti che una cosa da fare insieme sarebbe dovuta essere quella di prenderci una vacanza di qualche settimana in Nord Europa e svagarci in città quali Amburgo e Copenhagen, sbronzandoci e andando a puttane. Quest’ultima cosa era una fissazione soprattutto sua, visto che già allora aveva un’idea delle relazioni umane basate sul “do ut des” e trovava un efficace esempio di correttezza nella transazione tra il cliente utilizzatore finale e la prostituta fornitrice d’opera. Io ci ridevo sopra e pensavo a quella leggendaria vacanza da fare come a una situazione in cui avrei potuto, per un periodo, tornare a essere spensierato come nella mia adolescenza. Vedere delle belle città, bere e ridere e ridere e bere e, se Olmo avesse insistito, fare pure l’esperienza di un bordello.
Fatto sta che, al penultimo anno di Medicina, Olmo partecipò a uno scambio Erasmus in non so più quale città del nord della Francia. In estate avrebbe avuto diverse settimane di vacanza e il momento del viaggio alcol-erotico di cui si fantasticava da anni sembrava finalmente arrivato. Gli accordi erano che Olmo avrebbe dovuto telefonarmi per concordare i dettagli del dove e del quando, ma i giorni passavano e la chiamata non arrivava. Decisi allora di cercarlo io con il recapito che mi aveva lasciato, ma non rispondeva mai. Quando finalmente si risolse ad alzare la cornetta, fu solo per dirmi che saltava tutto, che aveva conosciuto una ragazza e che la vacanza l’avrebbe trascorsa con lei. Tentai di convincerlo a riservare al nostro progetto almeno un weekend lungo, ma il mio amico fu irremovibile e, in modo alquanto sbrigativo, concluse la conversazione.
Dire che ci rimasi male non rende l’idea. Sapevo che all’amore non si comanda e che, quando trovi una che ti piace, tutto il resto non conta. Certo che lo capivo, ma solo in teoria. In realtà allora mi sentii letteralmente tradito, privato di un sogno. Era per me un periodo di merda e quella fuga dalla quotidianità l’aspettavo da mesi. La mia depressione mi impedì di organizzare qualcosa di alternativo per conto mio e passai il resto dell’estate a baloccarmi con il mio avvilimento. Quella fu, in realtà, la fine dell’amicizia pura con Olmo, visto che da allora non fu quasi più possibile uscire noi due soli senza la sua compagna del momento e, se ne avevo una, la mia.
A me quelle serate non piacevano per nulla. Le dinamiche tra amici non sono infatti le stesse di quelle tra gli stessi amici accompagnati dalle fidanzate. Si è meno spontanei e inoltre, nella mia esperienza, le donne degli altri sono tali sciacquette che ho sempre fatto fatica a spiegarmi come diavolo i miei amici, così brillanti e carismatici senza donna, potessero diventare insignificanti filistei una volta accanto a quelle femminette insulse. Acconsentivo dunque di malavoglia a codeste uscite ma l’alternativa era finirla lì. Scelta che, col senno di poi, sarebbe stata assai più intelligente rispetto al fingere di apprezzare quegli esseri completamente privi di senso dell’umorismo e disinteressati all’ebbrezza che erano le fidanzate dei miei compari e che, purtroppo, erano diventati anche i miei sodali di un tempo.
Mi rendo però conto di aver già superato le novecento parole e sono consapevole che il programma mi impedirà di superare il migliaio. Mi fermo allora qui, per il momento, ansioso di leggere i commenti dei frequentatori del blog su questa prima puntata della mia storia e, ancor di più, la valutazione di Sal.
Ciao a tutti da Leandro

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