Mi sono imbattuto in Ho paura delle suore. Fiabe per persone traumatizzate dalla vita, di Edoardo Zaggia e Alberto Sacco (Mondadori 2022) mentre cercavo in rete titoli di narrativa umoristica pubblicati in anni recenti da autori italiani.
Che barba, che noia!
Ho acquistato la versione in ebook e mi sono messo a leggerla con sempre maggiore sconcerto. È possibile che un prodotto di tale povertà sia giunto alla pubblicazione? Privo di uno stile letterario degno di questo nome, di personaggi appena appena credibili, di storie organizzate secondo un design qualsiasi. Mi sarebbe stato impossibile leggerlo senza pause, dal primo all’ultimo capitolo: troppo noioso, troppo irritante. Decisi allora di sottopormi a quel tedio rateizzando il più possibile le 172 pagine del libro: ogni giorno mi sarei sorbito solo una delle venti ‘favole’.
Perché andavo avanti invece di limitarmi a ignorare quell’acquisto sbagliato? Perché avevo accettato la sfida: capire sul serio le ragioni del forte senso di repulsione di cui ero vittima. Una cosa l’avevo compresa subito. Gli autori e gli editor puntavano sull’iperbole (piccoli incidenti vissuti come catastrofi), sull’autoderisione del narratore, sul linguaggio colloquiale e ritmato e sull’accumulo di dettagli sempre più improbabili. Sono aspetti che, se maneggiati con perizia, si possono individuare in opere umoristiche assai riuscite (vedi ad esempio, per rimanere in Italia, il Marco Presta di Un calcio in bocca fa miracoli e il Francesco Muzzopappa di Una posizione scomoda. Qui invece non funzionano. Come mai?
Un catalogo di ovvietà
Il procedimento dominante è uno solo: prendere una struttura narrativa elementare e infantile per contaminarla bruscamente con il linguaggio, gli oggetti, le nevrosi e le banalità dell’Italia contemporanea. In La principessa Clotilde, per esempio, si ricorre al meccanismo dell’anacronismo assurdo e, almeno nelle intenzioni, satirico. Siamo apparentemente in una fiaba: principessa, ricchezza, moneta immaginaria, pecore. Poi compaiono il videofonino, il selfie, Instagram e zia Consuelo. La comicità, però, è spiegata: gli autori preparano la battuta, formulano persino la domanda che il lettore dovrebbe farsi e poi gli forniscono la risposta.
In L’ape operaia di vita impiegatizia adulta. L’ape operaia non raccoglie polline: lavora otto ore al PC, ha un capo assenteista, uno stipendio mediocre, un IBAN. Qui il comico dovrebbe nascere dall’escalation sproporzionata: la scoperta dello stipendio esagerato del capo fannullone provoca indignazione, un proposito omicida e infine un infarto. Purtroppo, una volta individuato il gioco “ape operaia = impiegata”, tutto ciò che segue è prevedibile.
Il terzo esempio proviene da “Il giullare Gaio“. Qui la strategia è la dissacrazione della fiaba. Principessa, principino, erede al trono, barone: ma i regni sono Voltabarozzo (PD) e Sfruz (TN), cioè paesi reali identificati, burocraticamente, con le sigle provinciali. La tecnica è quella dello shock o dell’incongruenza sessuale. Il lettore dovrebbe ridere perché una principessa di “C’era una volta” parla come una ragazza contemporanea, sessualmente disinibita. È provocatoria più che propriamente comica: il meccanismo si vede moltissimo. E questo è un aspetto che pervade l’intero libro.
Una comicità da Bagaglino
Gli autori tendono infatti a sottolineare eccessivamente la battuta. Spesso non si limitano a creare l’incongruenza ma la spiegano, quasi dicessero al lettore: “Guarda che questa è la parte divertente.” Il lettore implicito è dunque qualcuno a cui gli autori non chiedono una particolare competenza letteraria e a cui, soprattutto, non vogliono imporre uno sforzo interpretativo. Si tratta di una comicità rivolta a un pubblico molto ampio e generalista, che tende a confermare un patrimonio di luoghi comuni condivisi anziché destabilizzarlo. Un po’ come, nell’ambito dello spettacolo cabarettistico e televisivo, anni fa, faceva la compagnia del Bagaglino. Il loro show si basava su riconoscibilità immediata, stereotipo, caricatura, tormentone, allusione sessuale, imitazione di personaggi noti e satira politica facilmente decodificabile, offrendo unità culturali preconfezionate.
Non seguo molto gli spettacoli nati sui social e poi approdati ad altri canali. Ho voluto però controllare se la “comicità” degli autori funziona meglio in quel genere di format piuttosto che sulla pagina e ho recuperato una puntata di Rubrichette di sei anni fa, intitolata ‘BARZELLETTE sul coronavirus di Lady Gaga e ORIETTA BERTI’. In un salotto domestico viene inquadrato un Edoardo Zaggia agitato e ridanciano che, fatti gli onori di casa, informa il pubblico che lo show inizierà con la rubrica ‘Le barzellette di mio nonno’, “selezionate dalla redazione”. Traffica dunque con il telefonino e poi ne trova una che legge in diretta. Essa recita: “La storia di Adamo ed Eva fu il primo… MELODRAMMA!” E giù sbaccanate.
Sembrerà incredibile, ma non mi ha fatto ridere. Che peccato non aver fatto la ricerca prima di acquistare il libro!

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