La follia della Manhattan degli anni Ottanta si rivelò assai stimolante per l’arte di Tom Waits, che trovò il caos delle sue strade tanto liberatorio quanto minaccioso. Per Waits, camminare per New York era come lasciarsi trasportare da un nastro lungo un’infinito caleidoscopio di immagini, che gli si sbattevano in faccia tutte insieme, in un turbinio di rumori, vita e colori. Le correnti intellettuali e artistiche di New York lo affascinavano: al suo principale strumento creativo, il vocabolario, la città offriva un buffet di parole quotidiano. Ovunque andasse, parole, frasi e idee ‒ pronunciate, urlate, scritte, lampeggianti ‒ gli venivano incontro nei bar, nei ristoranti e nelle gallerie di SoHo o sui moli del lungomare.
La coolness della scena artistica
Manhattan permise inoltre a Waits di conoscere numerosi musicisti e artisti. Tra questi c’era il sassofonista e attore John Lurie, leader della band di avant-jazz The Lounge Lizards. Alto, dinoccolato e spiritoso, Lurie andò subito d’accordo con Waits e gli propose di condividere uno studio nel famoso Westbeth Artists Housing del Greenwich Village, un complesso residenziale che ospitava molti artisti della comunità newyorkese. Lurie diventò il passaporto di Waits per la scena artistica e musicale di Manhattan, dove chic e bohémien si intersecavano e tutti erano super cool.
Una sera Tom andò a una festa in onore del pittore Jean-Michel Basquiat organizzata dalla scena artistica di SoHo. Alla festa, Waits incontrò il regista indipendente Jim Jarmusch, che aveva suonato le tastiere nella band post-punk The Del Byzanteens prima di diventare assistente di Wim Wenders nel documentario su Nick Ray Lightning Over Water. Di Jarmusch era uscito da poco il primo film, Stranger Than Paradise, e il regista era diventato l’idolo della scena indie newyorkese. Jim era un grande fan di Swordfishtrombones e, come tale, si presentò a Waits. I due entrarono immediatamente in sintonia e, prima che la notte finisse, avevano visitato insieme altri tre locali: sarebbero presto diventati grandi amici.
Un’altra stella nascente della scena di Downtown Manhattan era Hal Willner, che, come Waits, aveva partecipato a un laboratorio di songwriting tenuto dalla leggenda del Brill Building, Jerome “Doc” Pomus, nel suo appartamento in West 72nd Street. Com’era già successo con Jim Jarmusch, anche tra Waits e Willner ‒ che arrotondava il suo lavoro di supervisore musicale del celebre show tv Saturday Night Live mettendo insieme album-tributo insoliti (il primo, del 1981, era stato un omaggio alla musica di Nino Rota per i film di Federico Fellini) ‒ si accese fin da subito la scintilla. Waits era proprio il tipo di anticonformista non categorizzabile che Willner prediligeva nelle sue compilation fuori dal tempo. Fan di Nino Rota e di Thelonious Monk ‒ la cui musica era stata il tema del suo secondo album-tributo ‒ non passò molto tempo prima che Waits fosse ingaggiato dal produttore, il cui nuovo progetto sarebbe stato un tributo al lavoro di Kurt Weill, uno stile macabro e dissonante che piaceva molto a Waits. L’album fu intitolato Lost in the Stars e Waits affiancò mostri sacri come Lou Reed e Carla Bley per registrare una superba versione di What Keeps Mankind Alive? dall’Opera da tre soldi.
Rain Dogs e Frank’s Wild Years
New York si dimostrò, insomma, un ambiente assai fertile per la creatività di Tom Waits: Rain Dogs (1985) contiene ben diciannove canzoni, molte delle quali scritte in parallelo a quelle che aveva progettato per lo spettacolo di teatro musicale Frank’s Wild Years, che debuttò a Chicago nel 1986. Al termine dei tre mesi di repliche, Tom ritornò con Kathleen nella Grande Mela, per poi trasferirsi temporaneamente ad Albany, nello stato di New York, per prendere parte al film di Hector Babenco, Ironweed. Il freddo estremo delle riprese girate ad Albany potrebbe aver avuto qualcosa a che fare con la decisione di Tom e Kathleen di tornare in California non appena il film fosse finito. Il clima, da solo, tuttavia non basta a motivare tale scelta. È vero, piuttosto, che il momento newyorkese dei coniugi Waits Tom si stava esaurendo. La loro attrazione iniziale per la frenesia della città che non dorme mai stava lasciando il posto alla consapevolezza che il centro di Manhattan non era esattamente l’ambiente ideale per crescere i propri figli (di diverso parere il newyorkese d’adozione David Bowie, che con Waits ha diverse cose in comune, però).

Condividi quello che pensi dell'articolo