Un po’ di cose in comune tra Waits e Bowie


È difficile pensare a due artisti più diversi di David Bowie (inglese, nato nel 1947) e Tom Waits (americano, nato nel 1949). Il primo fa venire in mente il trasformismo, l’ambiguità sessuale, il glamour e il megastardom; il secondo rimanda al cantastorie dei perdenti, al poeta beatnik, allo sperimentatore avanguardista. Eppure un’analisi meno superficiale rivela una serie di affinità inaspettate: dalla gavetta ai manager scelti male, dai repentini cambi di rotta musicale all’eclettismo, dalla protezione degli amici in difficoltà alla comune passione per Burroughs.

Gavetta

Entrambi hanno dovuto lavorare anni prima di ottenere il riconoscimento del proprio talento. Bowie pubblica il primo singolo nel 1964, ma dovrà attendere fino al 1972 per raggiungere il successo con The Rise and Fall of Ziggy Stardust. Waits, quando pubblica il suo primo disco Closing Time (1973), è già un decennio che si mantiene lavorando come lavapiatti, camionista e barista. Notato da un manager professionista durante una serata per dilettanti al Troubadour di Los Angeles, ottiene il suo primo contratto discografico con la Elektra/Asylum.

Manager

Anche alla voce “manager” si riscontrano analogie. Waits resterà legato contrattualmente a Herb Cohen ben oltre la fine dell’accordo, accontentandosi per anni di magre royalties — solo nel 2018 riuscirà a negoziare condizioni più favorevoli. A Bowie andò, se possibile, ancora peggio: il manager Tom Defries, pur facendone una star globale, gli celò che i termini del contratto garantivano a lui introiti ben superiori a quelli del cantante. Bowie risolse il contratto nel 1975, ma dovette riconoscere a Defries parte delle royalties fino al 1997.

Cambi di rotta

Bowie è stato l’emblema del trasformismo: dagli alter ego degli anni Settanta (Ziggy Stardust, Aladdin Sane, il Thin White Duke) alla trilogia berlinese d’avanguardia, dal pop mainstream degli Ottanta agli esperimenti jungle e drum’n’bass dei Novanta, fino ai capolavori conclusivi degli anni Dieci. Anche Waits ha sorpreso con svolte radicali: dopo sette album di elegante jazz malinconico per la Asylum, a partire da Swordfishtrombones (1983) diventa uno sperimentatore di suoni, un interprete di Kabarett à la Brecht, arrivando a pubblicare opere estreme e innovative come Bone Machine e The Black Rider.

Eclettismo

Entrambi privi di educazione formale, hanno saputo attingere alle grandi tradizioni sonore e letterarie del Novecento. Accanto alle rispettive influenze specifiche — il Krautrock e il free jazz per Bowie, il bebop e gli standard americani per Waits — entrambi condividono la passione per Brecht e Weill e il modello di Frank Sinatra. Hanno inoltre intrecciato la musica con la recitazione: Bowie in film di Roeg, Oshima e Temple; Waits con Coppola, Jarmusch, Altman e i fratelli Coen. Entrambi hanno scritto colonne sonore e lavorato a lungo per il teatro.

Produzione

Bowie e Waits hanno anche aiutato artisti in difficoltà. Waits co-produsse nel 1998 Extremely Cool dell’amico Chuck E. Weiss, rilancianone la carriera, e nel 2001 produsse Wicked Grin del chitarrista John Hammond. Bowie produsse Transformer di Lou Reed — contenente la leggendaria Walk on the Wild Side — e poi, con Iggy Pop, The Idiot e Lust for Life, accompagnandolo persino nel tour come tastierista.

Burroughs

Un’ultima affinità è l’ammirazione per William Burroughs. Bowie ne adottò le tecniche del cut-up e del fold-in per comporre i testi delle proprie canzoni, a partire da Diamond Dogs (1974) fino a The Next Day (2013). Waits, grande fan della Beat Generation, collaborò invece direttamente con Burroughs nell’operetta teatrale The Black Rider (1993), in cui la voce dello scrittore compare in una delle canzoni.

Strade diverse, dunque, ma con sorprendenti punti di contatto: David Bowie e Tom Waits restano due dei più grandi artisti degli ultimi cinquant’anni, accomunati da un’irrequietezza creativa che non ha mai smesso di sorprendere.

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