Il tratto di Fumettibrutti (Josephine Yole Signorelli) è il suo elemento più immediatamente riconoscibile. Lo stile – una scrittura grafica brutale e feroce – è la ragion d’essere della sua creatività: più che nei contenuti forti, la cifra si trova nella grammatica essenziale, nella totale aderenza tra forma e contenuto. Il segno è volutamente acido, approssimativo, senza fronzoli. Non si tratta di imperfezione involontaria ma di una scelta deliberata e programmatica, coerente con il nome d’arte stesso.
L’uso del colore non è decorativo ma strettamente narrativo e simbolico. Ogni volume della trilogia (Romanzo esplicito; P. Un’adolescenza trans; Anestesia, usciti tra il 2018 e il 2020 per Feltrinelli) adotta una palette dominante: il rosso di Romanzo esplicito, il giallo e il viola complementari di P., il blu di Anestesia. Nel successivo Tutte le mie cose belle sono rifatte (2024, Feltrinelli) tornano il giallo e il blu, a parte due tavole che riproducono disegni ad acquerello in cui coesistono il verde, il rosso e il marrone.
Le campiture sono piatte, i colori primari, in un’estetica che richiama la grafica digitale dei social media, coerente con la genesi web della sua opera.
Sul piano compositivo, il gutter – lo spazio bianco tra le vignette – funziona come pausa e sospensione narrativa, dando volume e ritmo alla voce. Il testo scritto a mano si fonde con l’immagine, senza una separazione gerarchica tra didascalia e balloon.
Il fumetto di Fumettibrutti appartiene alla tradizione del graphic memoir, con influenze che spaziano dall’underground americano al fumetto d’autore europeo. La “bruttezza” del segno diventa un atto politico ed estetico: rifiuto dell’abbellimento, della mediazione, della distanza tra autore e lettore. Un sistema visivo in cui la precarietà del tratto e l’autenticità coincidono.
Le storie sono autobiografiche e si concentrano sulla vita e sulle scelte della protagonista, nata maschio e poi approdata, dopo una dolorosa transizione ormonale e chirurgica, all’identità spirituale e genitale femminile.
I volumi della trilogia mantengono un mode drammatico in sintonia con quanto viene narrato. In Tutte le mie cose belle sono rifatte, invece, fanno capolino la leggerezza e persino l’umorismo, nonostante la materia del contenuto non sia diversa da quella dei primi tre volumi.
Non manca di stile personale, Fumettibrutti. Saremmo curiosi di vederla alle prese anche con storie non autobiografiche.

Lascia un commento