Bugiardo, ipocrita e vigliacco

Caro Sal,

spero proprio tu possa selezionare la mia lettera. Ho infatti un gran bisogno di raccontare le mie pene a chi, come te, sembra essere una persona estremamente saggia. Ho pure bisogno di consigli, visto che davvero non so più dove sbattere la testa.

Devi sapere che ho sempre attribuito un’enorme importanza ai rapporti d’amicizia. Fin dalle scuole medie ho investito moltissimo in questo tipo di relazione interpersonale, collocandola al primo posto tra i rapporti che possono intercorrere tra gli esseri umani. Abbastanza presto ho cominciato anche a prendere le mie belle cantonate, ma, essendo l’amicizia una forma d’amore, non ho mai potuto o voluto impormi di abortire tale sentimento solo per il timore di soffrirne.

Devo dire che già nella preadolescenza mi ero reso conto che il valore che davo all’amicizia era superiore a quello che le attribuiva chi mi stava intorno. Questa consapevolezza mi faceva sentire di appartenere a una cerchia di persone fortunate, in grado di cogliere con finezza la qualità di quella straordinaria emozione. Di amici, insomma, io ne ho sempre avuti. Mai tantissimi, eh, voglio chiarirlo da subito… sono infatti sempre stato allergico alle cosiddette ‘compagnie’ e ho privilegiato quel tipo di rapporto amicale esclusivo, fatto di lessico e riferimenti comuni tra i due che costituiscono il sodalizio.

Nel mio cuore c’è sempre stato spazio per una nuova amicizia e, dunque, quando, già cinquantenne, conobbi Taddeo Cunìn, non potei fare a meno di compiacermi dell’ampia mole di interessi in comune. Eravamo entrambi forti lettori e collezionavamo cd musicali; amavamo il vino e l’ebbrezza. Ci piaceva il calcio e tifavamo l’Udinese; eravamo pure appassionati di cinema e filtravamo eventi e persone con lo stesso umorismo, cinico e surreale. Conoscerci fu dunque per noi fonte di gioia e non tardammo a frequentarci con piacevole regolarità.

Entrambi sposati, capitava che ci si vedesse anche insieme alle rispettive signore, soprattutto in occasione di certi begli aperitivi offerti da Taddeo e Margherita a casa loro. Solo successivamente appresi che quelle pur gradevolissime riunioni conviviali altro non erano se non un tentativo di ridare slancio a un sodalizio stanco che si avviava a logorarsi ulteriormente. Tutti gli innamoramenti finiscono, ma solo una parte di essi si evolve in amore. Gli altri, nel migliore dei casi, sono noia e routine, comune preoccupazione per i figli, se ci sono, insofferenza, progressiva perdita di rispetto per il partner, scambio di battutine sarcastiche e rassegnata, routinaria convivenza. Si arriva poi al disgusto e all’odio, represso in modi sempre più blandi.

Certo, le disgrazie familiari non aiutarono il matrimonio di Taddeo e Margherita e non giovò neppure la depressione che si era impossessata del mio amico, infelice negli affetti e frustrato nelle ambizioni professionali. Quando dunque partì per la Polonia nell’ambito di un progetto di scambio scolastico, credo che il sentimento provato fosse essenzialmente quello del sollievo. Per la separazione forzata dalla moglie, che il viaggio gli avrebbe imposto per due buone settimane. E per l’allontanamento fisico da un microcosmo percepito come ostile, una palude di compromessi e aspirazioni deluse, una quotidianità angosciante fatta di panico e disperazione.

Ma il destino gli aveva riservato molto di più. L’accompagnatrice del gruppo studentesco era infatti una certa Mara Scrovat, una mezza slava che nella scuola in cui Taddeo e io insegnavamo aveva tenuto corsi di polacco. Incontrarla e innamorarsene furono per lui una cosa sola. Mara, con cui io stesso avevo avuto a che fare per dei progetti scolastici, non era certo una donna attraente dal punto di vista fisico. Non era peraltro né spiritosa né simpatica, tanto meno la si poteva definire brillante o erudita. Fuori dal suo campo di studio era una nullità, sia dal punto di vista culturale sia da quello delle interazioni sociali. Ambiziosetta senza talento, ignorava che cosa fosse la spontaneità e risultava scostante o addirittura repellente. Non per Taddeo, però, che, se è vero che al momento del viaggio in Polonia si sarebbe infatuato anche di un paracarro, figuriamoci dopo due o tre settimane insieme a quella virago: il mio amico era totalmente disancorato e camminava a venti centimetri da terra. Non esattamente un uomo virile, Taddeo aveva trovato il suo capo.

Ci vollero molti mesi prima che il Cunìn smettesse di negare ciò che ormai era sotto gli occhi di tutti. Il primo passo del processo di disvelamento si manifestò quella sera in cui, a casa mia, per vedere alla tv una partita dell’Udinese, nell’intervallo tra un tempo e l’altro, Taddeo mi informò che “/lui/ e Margherita /avevano/ deciso di lasciar/si/”. Bastarono poche domande per indurlo a modificare la dichiarazione in una più realistica ammissione: era stato lui a dire a colei che allora era sua moglie che voleva il divorzio.

Margherita, come appresi nei giorni e poi nei mesi successivi, era caduta dalle nuvole e, comunque, non era affatto d’accordo. Gli chiedeva se avesse conosciuto una donna, ma Taddeo negò e, per quanto ne so, ha sempre continuato a farlo. Fu forse quella la prima nuvola che oscurò parzialmente la luce del sentimento di amicizia nei suoi confronti. Perché mentire? La verità sarebbe stata meno crudele per Margherita, che invece veniva di fatto accusata di essere diventata inadeguata e, in tal modo, non poteva nemmeno consolarsi con la circostanza che suo marito si era, come capita, innamorato di un’altra.

Qualche settimana dopo incontrai i due piccioncini al bar di fronte alla scuola in cui insegnavamo e percepii l’imbarazzo che prova una coppia clandestina quando viene beccata. Taddeo si dilungò in spiegazioni non richieste sul perché loro due si trovassero seduti insieme a un tavolino a bere qualcosa. Lei aveva tenuto una lezione del corso di polacco. Lui l’aveva incrociata sulle scale. Avevano entrambi un po’ di tempo a disposizione. Ed ecco, avevano allora deciso di raccontarsela davanti a una tazzina di caffè.

Di cose da raccontare ne avrei anch’io e pure parecchie, ma per ora mi fermo qui, prima che il programma interrompa a metà una frase.

Massimo

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