Quando trovavo una storia intrigante, invitavo il follower di turno a raccontarla per filo e per segno in una specie di rubrica all’interno del blog che avevo battezzato Sadici amici. Il numero massimo di parole consentito ammontava a mille e, dunque, chi veniva selezionato per condividere la sua storia non riusciva quasi mai a essere esauriente in un solo intervento, che pretendevo dettagliato. Il gioco consisteva nell’impedire la pubblicazione del seguito per almeno quattro giorni, durante i quali era possibile ai sempre più numerosi fan e discepoli commentare quanto, fino ad allora, era stato raccontato dal piagnone di turno. Dopodiché intervenivo io per compendiare la messe di commenti e dire la mia, prima che colui o colei che si sentiva vittima di un sopruso o di un tradimento da parte di qualche (ormai ex) amico o fidanzato potesse pubblicare la seconda puntata della sua denuncia. Poi magari anche la terza, e pure la quarta. Nel frattempo, davo spazio alla testimonianza di altri frignoni, in modo che ogni giorno il pubblico, sempre più famelico, avesse nuove storie da seguire: uno stop and go continuo che dava dipendenza.
Ora che quel blog l’ho chiuso, sto considerando di riportare in un diario gli esempi più significativi delle confessioni, delle richieste d’aiuto o delle querimonie ‒ chiamatele come vi pare ‒ di quegli sfigati. Dopo averle corrette ed editate, ça va sans dire, visto che per quei perdenti lo stile era spesso un optional. Perché lo faccio? Beh, innanzitutto mi serve per combattere la noia che, dopo tutto quello che ho fatto per quegli ingrati, mi attanaglia di nuovo sovrana. Se ti aspetti riconoscenza, non fare del bene, dice il saggio. E io, evidentemente, saggio non sono. Li odio, quei maledetti, ma questo gliel’ho fatto capire senza possibilità di fraintendimenti. Prima di andarmene dove so io, pianificherò la pubblicazione di un numero speciale del podcast che renderà chiare diverse vicende che da troppi mesi rappresentano un enigma irrisolto per la polizia, i pm e i parenti delle vittime. E allora sì che ci sarà da ridere.

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