L’autenticità di Ziggy Stardust

Bowie ha sovvertito l’idea stessa di autenticità artistica, ricordandoci che l’arte si fonda per sua natura sull’artificio, la finzione, il cool. Bob Dylan è un’invenzione di Robert Zimmerman, a sua volta mascherato da nuovo Woody Guthrie; anche i giubbotti di pelle sopra le T-shirt sono finzione. La cosiddetta autenticità è piuttosto la condizione di chi, padrone della propria libertà, può essere ciò che vuole anche davanti agli altri, senza sensi di colpa né bisogno di giustificarsi.

La presunta inautenticità di Bowie

Il continuo mutare di stile e personaggio non ha risparmiato a Bowie l’accusa di inautenticità. Eppure proprio la rottura dell’identificazione fra autenticità e verità rappresenta uno degli aspetti più rivoluzionari della sua opera. L’autentico può essere artificioso: lo dimostrano le molte canzoni nelle quali Bowie recita una parte senza rendere per questo meno vere le emozioni suscitate. Come in un buon film, l’illusione di realtà può risultare più autentica della consapevolezza di assistere a uno spettacolo. L’artificio non cancella l’emozione, ma la potenzia. «Saying no but meaning yes – that was all I ever meant», canta Bowie in I Can’t Give Everything Away, l’ultima traccia di Blackstar (2016).

Bowie primo artista postmoderno

Programmaticamente alienato da sé stesso, consapevole poseur, Bowie può essere definito il primo artista postmoderno: accetta e promuove le contaminazioni fra arte e mercato, passato e presente, vita e rappresentazione, essere e apparire. Costruisce la propria carriera sulla riproduzione pop e commerciale di forme ritenute “autentiche”, passando dal folk al rock, dal soul al rhythm and blues, fino al jungle, al drum’n’bass e al jazz. Le citazioni delle arti visive e performative, il riuso della musica contemporanea e l’adozione di diverse personae confermano questa identità “genuinamente inautentica”.

L’autore diventa la maschera

A partire da Ziggy Stardust, Bowie non si limita più a interpretare un ruolo per poi uscirne: l’autore diventa la maschera. Rilascia interviste come Ziggy e agisce come lui sul palco. A Santa Monica, nel 1972, introduce Moonage Daydream dicendo: «This is a song written by Ziggy». Non “recita” la rockstar: la incarna e, così facendo, riesce a diventarlo davvero. Anche le successive incarnazioni, tutte dotate di un fortissimo impatto visivo, sostituiscono temporaneamente tanto David Robert Jones quanto la sua maschera principale, David Bowie.

Le sue personae non sono dunque proiezioni di un io originario e puro, ma costruzioni esplicitamente disoneste, ironiche e mutevoli. Se il mercato del pop vive di immagini manipolate, idee, voci e melodie ricombinate, perché fingere che tutto dipenda da una fantasmatica purezza? Abbracciare l’inautentico è il modo in cui Bowie definisce il proprio essere artista pop: «If you’re going to work in a whorehouse, you’d better be the best whore in it».

Ziggy Stardust a Top of the Pops

Il mondo del pop può trasformare in una notte in semidio chi ne comprende i meccanismi. Accadde a Bowie il 5 luglio 1972, quando apparve con gli Spiders from Mars a Top of the Pops. Truccato e vestito da Ziggy Stardust, durante il ritornello di Starman cinse la spalla di Mick Ronson e cantò con lui allo stesso microfono. Il costume, il trucco, il gesto omoerotico e la naturalezza con cui quella trasgressione entrò nelle case britanniche produssero uno shock e catapultarono Bowie nell’Olimpo del pop. Niente sarebbe stato più lo stesso.

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