L’idea bowieiana di Arte

L’estetica di Bowie è stata imperniata sull’ambiguità e sull’indecifrabilità: con l’arte, Bowie ci ha giocato, prendendo in prestito schemi noti per poi riproporli in modo originale. L’arte per lui è sempre stata disordine e amore per il rischio, programmaticamente incoerente. Bowie non ha mai smesso di interpretare e impersonare il cambiamento, ispirandosi all’Arte con la A maiuscola per carpirne gli stilemi e poi centrifugarli in formati accessibili alle platee che si nutrivano di pop.

La missione artistica di Bowie

La sua missione è stata affrancare la sperimentazione dalle nicchie elitarie e trasferirla, citata e rimixata, sul piano del mainstream. O anche fare il verso al pop e al rock contemporanei. Mettere insieme espressioni artistiche selezionate dal gusto e dalle conoscenze per assemblare qualcosa di dichiaratamente inautentico, che funzionasse innaturalmente entro e nonostante i parametri del Rock’n’Roll.  Troviamo esempi di siffatto modo di procedere nella canzone Rebel Rebel (1974), in cui Bowie distorce il tipico template di un pezzo degli Stones; in tutto l’album Young Americans (1975), che è la sua interpretazione del Philadelphia soul; nell’LP Scary Monsters (1980), declinazione bowieiana della scena dance newyorkese dei late Seventies; e pure negli ambiziosi 1.Outside (1995) ed Earthling (1997), che si rifanno all’estetica industrial dei Nine Inch Nails di Trent Reznor e alla scena drum’n’bass britannica di fine anni Novanta. La concezione dell’arte propria di Bowie richiede che l’impulso creativo non venga incanalato verso il gusto corrente, ma che invece dia forma all’unicità del talento individuale; l’estro deve contribuire all’autoaffermazione del creatore e non soddisfare le aspettative del pubblico. Se l’artista si rende conto di lavorare a un progetto che riesce a sviluppare senza incontrare ostacoli, nel quale si sente perfettamente a proprio agio, è il momento di imbarcarsi in qualcosa di più stimolante per la sua creatività.

Evadere dalla comfort zone

Mettere se stesso e i collaboratori più stretti fuori dalla propria comfort zone è qualcosa che Bowie ha fatto spesso nel corso della sua carriera. Ancor di più quando si è trovato a collaborare con Brian Eno, dapprima nella cosiddetta “trilogia berlinese” ‒ che comprende gli album Low (1977), “Heroes” (1977) e Lodger (1979) ‒, poi nella realizzazione di 1. Outside (1995). Durante la realizzazione di questi dischi, i musicisti venivano talvolta invitati a scambiarsi gli strumenti oppure a seguire la filosofia compositiva “aleatoria” di certa avanguardia degli anni Cinquanta: come e chi suonava, o in quale combinazione, veniva deciso dai dadi.

Iconoclasta quanto immaginifico, Bowie ha incanalato la sua visione del mondo attraverso la musica, naturalmente, ma pure grazie ad altre forme artistiche: il ritratto fotografico, debitore sia delle classiche foto promozionali hollywoodiane, sia dello stile proprio delle riviste di moda sia, infine, dei maestri della luce della cinematografia europea; il linguaggio del corpo, valorizzato dalle scelte coreografiche e dalla formazione pantomimica alla scuola di Lindsay Kemp; lo storyboarding e la pittura, arte quest’ultima cui si è spesso dedicato anche durante le sedute di registrazione dei suoi dischi: due tecniche cui attingeva per fondere  sul palcoscenico il visuale al sonoro. Il suo approccio alle arti non è mai stato a comparti stagni; al contrario, era proprio grazie a un’estetica eclettica che riusciva a trarre dal flusso di un’ispirazione poliedrica il prodotto artistico, di volta in volta vagheggiato.

La vita come teatro

L’idea della vita come teatro e la convinzione che la quotidianità possieda una qualità cinematica sono altri fattori che hanno condizionato la concezione artistica di Bowie. Così come quella dell’inscindibilità della musica dal personaggio scelto per interpretarla, e quella della distanza del prodotto dalla sensibilità artistica del produttore. Lo sguardo sul mondo viene filtrato da parametri stilistici che si rifanno all’estetica camp: nel momento in cui l’esperienza del reale diventa prodotto artistico, a tutto ciò che entra nella centrifuga vengono automaticamente applicate le “virgolette”. Nell’arte, quindi, “essere” significa “essere qualcuno che recita”.

.

Ti è piaciuto questo articolo? Scopri chi sono e che libri scrivo nello Scaffale Peio.

Condividi quello che pensi dell’articolo

Scopri di più da PEIO NARRATORE

Abbonati ora per continuare a leggere e avere accesso all'archivio completo.

Continua a leggere