Consuelo

La sofferenza che provavo non dipendeva quasi mai da un evento specifico. Il dolore mi arrivava addosso all’improvviso, come un’influenza, e il suo virus mi agghiacciava l’anima. Sentivo le braccia formicolare e l’angoscia prendermi al collo. Mi chiedevo se bere del vino o del whisky avrebbe potuto lenire il patimento e alleggerire lo sterminato senso di disperazione che s’impossessava di me.

L’esperienza mi aveva insegnato che no, il liquore non mi avrebbe aiutato. Alla fine me ne versavo comunque, stimando che un intorpidimento estetico fosse preferibile alla lucidità del nulla. Poi, certo, vi erano anche le volte in cui affioravano alla coscienza i ricordi che facevano più male. Come la rievocazione di un me di qualche anno prima che, seduto in un vagone della metropolitana di New York, tornava a casa la sera dopo aver fatto lezione al College. Rammento che scrivevo su un quaderno ciò che mi immaginavo sarebbe stato il mio futuro prossimo e che l’opzione più gradita e realistica mi pareva un incarico a Parigi. Quando ci pensavo, nel bel mezzo di una crisi depressiva, non potevo fare a meno di sorridere amaramente all’ingenuità del me di allora, io che nemmeno Klagenfurt ero riuscito a raggiungere. E mi tornavano allora in mente tutti i fallimenti, le imprese improbabili in cui mi ero imbarcato, la mancanza di senso della realtà che mi aveva indotto a tentare carriere fuori dalla mia portata. Povero, povero me! Che patetico fallito. Loser, loser, loser! Che la mia condotta fosse, infine, riconducibile a una mancanza di maturità? A un deficit intellettivo? Facevo forse parte della spregevole congrega degli ambiziosi senza talento?

Cosa avevo combinato, del resto, nella mia vita? Ci avevo messo quattro anni a mettere insieme la tesi, non ero riuscito a passare la prova scritta dell’abilitazione alla Scuola media, mentre quella per le superiori l’avevo sfangata per il rotto della cuffia; non ero in grado di fare una lezione se il giorno prima non mi leggevo le parti del manuale relative al tema in programma e questo anche dopo trent’anni di insegnamento … che razza di ignorante, che pagliaccio, che mistificatore!

Simpatico, quello sì:  ero l’insegnante che scherza con gli allievi, quello che grazie al mestiere riesce a far credere di sapere le cose ma in realtà non sa un cazzo. E i genitori, quella massa di ansiosi culturalmente deprivati, erano così contenti che il loro Matteo o Tommaso o chiccazzonesò venisse alle mie lezioni tanto volentieri, che, guardi, non era mai successo che mi dicesse che gli piacciono storia e italiano, sa prof, il mio Roby è entusiasta di Lei! Oh, quale onore: uno dei subumani è rimasto vittima del mio fascino. Sai checcazzomenefotte.

E poi c’era Consuelo. Così timida e sfacciata, oltraggiosamente bella, dolorosamente sensuale. La sua classe era l’unica per cui preparavo davvero le lezioni, il mio obiettivo era il suo sguardo rapito quando mi appassionavo al genio di Dante. Trasportato dall’ardore comunicativo, finivo sempre nei pressi del suo banco ed era da quell’area che declamavo i versi imparati a memoria quella mattina stessa, presto, prima di uscire. E se, mentre sussurravo Amor, ch’a nullo amato amar perdona, intravedevo il suo seno sussultare, sentivo inumidirmi gli occhi e portavo a termine la lezione con la voce rotta del poeta ipersensibile. Mi trascinavo allora a fatica fino alla campanella dell’ultima ora per poi precipitarmi a casa dove, nel buio del salotto, ripassavo con la memoria tutti i fotogrammi della mia performance, sorridendo complice alla canaglia che ero riuscito a essere. E mi versavo un altro whiskey.