I colleghi avevano smesso di ridacchiare nel momento in cui lei si era avvicinata. Non abbastanza in tempo, tuttavia, perché non le giungesse all’orecchio quel nomignolo infame che ‒ finalmente lo aveva capito! ‒ si riferiva proprio a lei: “Primavera araba”.
Non aveva più vent’anni, d’accordo, ma che c’era di male a continuare a volere un uomo? Alla sua età era ancora desiderabile, di questo era certissima. Dicono che a cinquant’anni le donne diventano invisibili … beh, lei oramai sfiorava i sessanta, ma il sangue, ai maschi, lo faceva ancora rimescolare.
Maschi. Solo la parola le faceva girare la testa. Sua sorella le aveva raccomandato di non fare l’occhiolino al capufficio, di non guardare con intenzione il giovane portiere, di evitare commenti a doppio senso coi colleghi appena arrivati. Non le dava ascolto. Quando con la sua amica Gemma usciva la sera, dopo qualche bicchiere si ritrovavano sempre al tavolo di una compagnia di uomini che bevevano forte. Poi, in macchina, faceva quello che le chiedeva il tizio che l’aveva spintonata fino al parcheggio. E quando, dopo che l’aveva accontentato, veniva brutalmente respinta, andava a cercare Gemma e si raccontavano le rispettive imprese.
Non era pure questo amore?
