«Non è passato nemmeno un anno da quando Bruno se n’è andato e tu ti compri quei vestiti lì? Ma non ti vergogni, Vittoria? Non ti sembrano un po’ troppo colorati, viste le circostanze e… la tua età?»
Tra lei e sua cognata le cose non erano mai andate alla grande. Olga aveva sposato suo fratello, Paolo, ma soprattutto aveva vissuto per tanti, troppi anni sotto lo stesso tetto con la madre di lui. E quindi pure di lei.
Ricordava il terrore panico di quando si precipitava in cucina dalla cognata per mettere in ordine i pasticci combinati dalla mamma, vittima di un’arteriosclerosi galoppante che aveva sconvolto la vita delle due famiglie. Alla fine lei e Paolo si erano risolti a farla ricoverare a Villa Serena, dove, peraltro, né lui né tantomeno Olga la andavano mai a trovare.
Erano ormai questioni di molti anni fa, ma il rancore e la gelosia di quella donna non erano venuti meno. Nemmeno dopo la morte di Bruno. Rimasta sola come un cane, con i figli che avevano ormai la loro vita, non mancava mai di ricevere una telefonata infastidita dieci minuti dopo che Paolo era salito da lei a bere un caffè. «Cosa ci fa ancora mio marito su da te? Vuoi dirgli di tornare dalla sua famiglia?»
Aveva sempre inghiottito tutto in nome di quella che il suo Bruno chiamava armonia. Dentro di sé sentiva ruggire una tigre ma l’aveva sempre addomesticata per il bene di sua madre, per la serenità di suo fratello, per il desiderio del suo Bruno. Ma dov’era scritto che avrebbe dovuto continuare a seguire quella traccia? La povera Vittoria, la vedova Venica, la cognata timida e mite.
«No, Olga, non mi vergogno. Perché dovrei? Non ho nessuna intenzione di fare la muffa in attesa della morte, guarda un po’. I vestiti sono troppo colorati? A me non sembra, tant’è vero che sto andando dal parrucchiere a tingere i capelli di verde smeraldo, la mia cromia preferita. Cos’è quello sguardo stolido? Parlo troppo fòrbuto? Povera donnetta complessata che sei, Olga contadina, moglie del dottore. Sciocca e meschinella. Vigliacca e cattiva. Non venirmi più a cercare per sputare la tua fiele. Stattene a casa tua a sparlare di me e del vicinato, se non hai niente di meglio da fare. Io invece stasera me ne vado a ballare e se stanotte senti il letto cigolare, beh… fatti gli affari tuoi. Buona giornata a te!»
