Innamorarsi di April, disamorarsi di Burgess

Innamorarsi di April (orig. ‘Loving April’) è un romanzo pubblicato nel 1995 da Melvin Burgess, tradotto e distribuito in Italia da Mondadori.

La protagonista e gli altri personaggi

La protagonista è una sedicenne sorda, April, inconsapevolmente sexy, considerata un’idiota e dunque carne da macello a Cibblesham, villaggio rurale inglese in cui è ambientata la vicenda, che si svolge nel 1925.

Il modo in cui April viene tratteggiata è il punto forte del romanzo: selvaggia, orgogliosa, sensibile e spavalda. Anche gli altri personaggi sono riusciti, anche se abbastanza tagliati con l’accetta: madre (Barbara) e figlio (Tony, che di April si innamora) ex ricchi caduti in disgrazia a causa di una mattana del marito e padre; Riley, il droghiere laido; Tad e Joe, i ragazzotti che studiano da stupratori; l’ex fiamma di Barbara, David, il bonaccione fuori dal coro; il padre di Tony, il signor Piggot, adultero e conformista; suo fratello Bob, con il piglio del puttaniere, oltre ad altre figure secondarie a loro volta ben schizzate, come la moglie del droghiere e la madre di April.

I personaggi sono, insomma, la parte forte del romanzo, visto che la vicenda è abbastanza inconsistente (mettiamo due riccastri impoveriti in un contesto di subumani, lo condiamo con la bella e primitiva sorda/idiota del villaggio che gli va tra i piedi e vediamo quello che succede) e il narratore spreca, a mio parere, un’occasione, non so se per codardia sua o per imposizione dell’editor della casa editrice.

Originalità e censura in Loving April

Tutta la storia viene infatti narrata senza edulcorazioni, emergono mediocrità, ignoranza e malvagità. Nessun personaggio è positivo al cento per cento (a parte, forse, David, il bonaccione). E questa è merce rara nella narrativa per ragazzi (sicuramente lo è in Italia, dove la Mondadori si è sentita in dovere di scusarsi col proprio pubblico in un’imbarazzante Nota per il lettore posta al termine del romanzo: “Leggendo questo libro, la cui storia si sviluppa negli anni Venti del Novecento, può capitare di incontrare termini, situazioni, mentalità e modi di esprimersi che possono urtare i lettori di oggi (sic!) […] Per far percepire al lettore l’importanza di determinate tematiche, […] l’editore ha scelto di mantenere la traduzione fedele all’originale.” Cavolo, che coraggiosi! Quale era l’alternativa? Scrivere cose non presenti nell’originale? Censurarle?).

Narrare storie per ragazzi che non si inseriscono nel mainstream è stato fatto con successo (The Chocolate War, The Savage, A Monster Calls, Monsters), mantenendo coerentemente il taglio anticonsolatorio dall’inizio alla fine. Una strada che Burgess – come anche, seppure per altre ragioni, lo Spinelli di Stargirl non riesce a percorrere fino in fondo (SPOILER ALERT!).

Eppure, c’è qualcosa che mi ha dato ancor più fastidio e che non ha a che fare con la pruderie dell’editore, con l’assenza di sfumature nei personaggi o con la latitanza di una vera e propria storia.

Incongruenze di storia e narratore

È il narratore: palesemente onniscente, intrusivamente onnipresente, talmente deciso a spiegare tutto da cambiare, a un certo punto, la prospettiva temporale, cedendo la parola all’autore per spiegare agli ingenui lettori che, negli anni in cui la vicenda è ambientata, persone come April venivano rinchiuse in manicomio. Per poi tornare a essere il narratore contemporaneo dei fatti raccontati.

Il peggio però deve ancora venire: dopo una serie di vicissitudini mano a mano sempre più drammatiche, dopo che gli ex riccastri sono stati riaccolti all’ovile dal padre fedifrago nell’alveo del conformismo, dopo che tutta la storia ha preparato al peggio e il lettore si aspetta, dispiaciuto ma rassegnato, che April faccia una brutta fine, ecco lo stridente deux ex machina: la lettera!

April detta (coi suoi mugolii incomprensibili?) alla maestra della scuola speciale per sordi in cui l’ha iscritta David, il bonaccione, una missiva per Tony, l’ex innamorato di pochi mesi prima, ora di nuovo nella scuola-collegio per privilegiati. E gli spiega che David l’ha salvata, le ha dato un lavoro, l’ha messa in una scuola adatta a lei e, insomma, adesso imparerà a comunicare in modo meno belluino, ed è stato tutto molto bello. Che magnifica estate abbiamo trascorso insieme, eh, Tony, che avventure! E scrivimi, mi raccomando!

Capisco che l’Happy Ending faccia parte del genere, laddove non si voglia andare controcorrente, ma scrivere un romanzo alternativo (per personaggi, situazioni, linguaggio) e poi appiccicare un lieto fine forzato senza costruirlo in nessun modo, no, non va bene.

È, anzi, proprio un colpo basso, che rovina quanto di buono (al netto dei difetti evidenziati) si era fatto apprezzare nelle 170 pagine precedenti.

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