Il rapporto di David Bowie con l’America è una delle chiavi per aprire le porte del Codice Bowie, visto che David ha sempre amato la musica e la cultura americane. Degli Stati Uniti amava lo spirito pionieristico e indipendente che ne costituiva il cuore, ma pure ciò che il filisteismo corporativo tentava di espellere: la black music, i poeti beatnik, il lato sovversivo. L’America degli anni Settanta, per un artista britannico che, come Bowie, era cresciuto all’ombra del suo mito, era un mondo alternativo a quello conosciuto, un universo linguistico parallelo in cui una cultura assolutamente altra aveva modellato una realtà strana e affascinante.
Bowie e le scene di Philly e New York
Parte di tale fascino erano le scene musicali di New York e Philadelphia. Della prima si fece guida e tramite Carlos Alomar, il portoricano cresciuto ad Harlem che, a partire dal 1974, rimarrà per un quindicennio una delle figure chiave del suono dei dischi e dei concerti di Bowie. Profondo conoscitore della black music newyorkese, Alomar assunse il ruolo di guida dei locali dove si ascoltava musica latina e R&B nella Grande Mela. Alla passione di Bowie per la seconda, ossia per la scena del cosiddetto Philly Sound, si deve invece la realizzazione di uno dei dischi più influenti della decade: Young Americans (1975), l’album di plastic soul di un musicista bianco inglese desideroso di offrire la propria idea di black music.
Lou Reed, Iggy Pop, Nile Rogers
America per Bowie è stata anche quella che il Duca Bianco considerava la sua maggiore influenza in ambito rock: i Velvet Underground dell’amico newyorkese Lou Reed, cui dedica ‘Queen Bitch’ e al cui guru Andy Warhol regala il brano omonimo, che appare insieme al primo in Hunky Dory (1971). America era anche James Newell Osterberg Jr., meglio noto come Iggy Pop, la cui straripante, selvaggia energia vitale sul palco, agli occhi di David, compendiava l’assoluto rock’n’roll. Americani i musicisti con cui ha collaborato più a lungo nella carriera: il tastierista Mike Garson, i chitarristi Carlos Alomar e Reeves Gabrels, la bassista Gail Ann Dorsey e Tony Visconti, che ha prodotto ben quindici dei suoi album, senza menzionare Nile Rodgers, alla consolle sia in Let’s Dance (1983) che in Black Tie White Noise (1993). Americana, infine, è anche la città in cui Bowie ha vissuto più a lungo di tutte le altre: New York (in cui abitò anche Tom Waits a metà degli anni Ottanta; e questa è solo una delle cose che accomunano Waits e Bowie).
Rapporto di amore e odio per gli U.S.
Con l’America, tuttavia, Bowie ha avuto anche un rapporto di paranoia. Il periodo in cui ha vissuto a Los Angeles, tra il 1975 e il 1976, gli fece maturare un senso di ripulsa per la facilità con cui si poteva procurarsi le droghe e per le routine del rock business. Bowie arrivò ad attribuire al materialismo di un ambiente per il quale provava orrore la responsabilità di una percepita perdita di contatto con il proprio talento, con il proprio stile compositivo e con il proprio senso estetico. Tale rigetto, rimarcato dal ritorno a una modalità “europea” di lavorare sulle canzoni, appare evidente nel suono degli album della trilogia berlinese, concepita in opposizione agli anni americani,
A dispetto della scelta di stabilirsi a New York, per certi versi la meno americana delle città statunitensi, tracce d’insofferenza nei confronti di caratteri costitutivi dell’America, quali il razzismo, la violenza e il materialismo bigotto, si possono trovare a lungo sia nelle dichiarazioni pubbliche che nella produzione artistica di Bowie, che ancora nel 1997 confessava su Earthling le sue paure nell’esplicita ‘I’m Afraid of Americans’.

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