Sono trascorsi ormai sedici anni da quando Mondadori ha dato alle stampe il romanzo d’esordio di Simone Marcuzzi: Vorrei star fermo mentre il mondo va.
Il titolo, come segnalato nel colophon, è un verso tratto dalla canzone dei Baustelle Charlie fa surf, a sua volta (anche se questo non è segnalato nel colophon) omaggio all’omonima opera dell’artista Maurizio Cattelan, che, a sua volta (e nemmeno questo è scritto nel colophon), si ispira alla battuta pronunciata dal tenente Kilgore nel film di Coppola Apocalypse Now: “Charlie don’t surf” (i vietcong non fanno surf).
“Dopo aver scavato lo scavabile con l’IA vuoi dirci qualcosa del libro, però?” potrebbe eccepire uno dei miei ventisei lettori (uno in più di quelli che aveva Manzoni). E avrebbe anche ragione.
Diciamo allora che Vorrei star fermo mentre il mondo va è un romanzo di formazione molto riuscito e, temo, abbastanza misconosciuto. I protagonisti sono tre ragazzi di diciotto/diciannove anni (Mattia, Valentina, Rodolfo) di Pordenone, inseparabili fin dalla fanciullezza. I primi due hanno una relazione di coppia, mentre Mattia e Rodolfo sono più che fratelli. Il narratore conosce i pensieri e le emozioni di tutti e tre e racconta le cose passando da un punto di vista all’altro, senza disdegnare l’onniscenza super partes. Di Valentina, inoltre, possiamo leggere le pagine del diario, mentre di Rodolfo viene raccontata, in capitoli che si alternano all’ADESSO della storia, anche l’infanzia, segnata da episodi molto dolorosi.
È proprio la perizia di Marcuzzi nel padroneggiare le tecniche narrative uno dei punti di forza del romanzo. Si apprezzano la sapiente costruzione di trama e sottotrame, la bravura nel tratteggiare i personaggi e la capacità di emozionare il lettore. Si ride infatti di gusto grazie a battute e situazioni esilaranti (impagabile il resoconto della visione comune dei tre protagonisti novenni di una partita dei Mondiali di calcio del ’90); ci si commuove insieme al Rodolfo bambino che prova disorientamento, dolore e rabbia per il dissolversi della figura paterna; si divorano le pagine guidati dall’impazienza di sciogliere la tensione causata dalla suspense magistralmente centellinata nella vicenda di Mariangelina.
Se Norwegian Wood di Murakami racconta in retrospettiva, dal punto di vista dell’uomo che è diventato, la formazione di un abulico diciannovenne che cerca di fare i conti con la rigida società giapponese giovandosi delle relazioni amicali e delle esperienze erotiche che va mano a mano accumulando e Cris di Manuela Salvi pone l’accento sulla necessità, per il protagonista diciannovenne, di lasciarsi alle spalle una famiglia disfunzionale per abbracciare l’amore per la vita, il sesso e l’avventura, anche Vorrei stare fermo mentre il mondo va mette i diciannovenni che lo popolano di fronte al medesimo problema, che poi è quello proprio del Bildungsroman: la sofferenza del diventare adulti.
Una sofferenza che non è uguale per tutti e che, peraltro, non è nemmeno un dispendioso pegno da pagare che, tuttavia, garantisce il successo. Non lo è per il brillante e apparentemente forte Mattia; non lo è nemmeno per l’insicura e romantica Valentina; lo è ancor meno per il tormentato Rodolfo, il cui slancio verso l’adultità si scontra con il modello fallimentare rappresentato dai genitori e con la paralizzante scoperta della propria immaturità, impietosamente messa in evidenza dal pragmatismo della donna che ama e a cui, nella cocciuta volontà di “star fermo”, non è ancora in grado di accompagnarsi.
Romanzo che tira dentro, insomma, questo brillante esordio di Simone Marcuzzi, un autore capace di maneggiare il meccanismo di una categoria editoriale per veicolare un surplus di stile che lascia ammirati.

Lascia un commento